Ago 07

Di Filippo Cerulo

No, non è che voglio fare un discorso sulla libertà. In fondo si tratta di un concetto assai relativo, e poi questo non è il luogo adatto per simili dibattiti. No, voglio parlarvi di libertà ed informatica. Ma serve una piccola premessa. La maggior parte di noi utilizza Microsoft Windows come se fosse la cosa più naturale del mondo. In molti è radicato il concetto che ogni PC del mondo utilizzi Windows, anzi che un Pc senza Windows non sia un PC.

Dai lontani anni ottanta, la diffusione dei Personal Computer ha spostato l’informatica dai laboratori alle scrivanie facendola diventare il motore di tutte le nuove tecnologie. Per far funzionare un Computer c’è bisogno di software: si tratta di sequenze molto complesse di istruzioni che indicano alla macchina come comportarsi.

Come in tutte le cose di questo mondo, il software è frutto di ricerca, la ricerca costa, quindi anche i programmi per PC devono garantire un ritorno economico. Un sistema come Windows è fatto da milioni di linee di codice sorgente, la maggior parte scritta in linguaggio C o C++. Poi il codice viene compilato per fare in modo che il computer capisca cosa fare. Si ottiene così il codice eseguibile che non è più interpretabile dall’uomo, ma solo dalla macchina. Dal codice eseguibile non è più possibile estrarre il codice sorgente. Quello che noi abbiamo sul PC è tutto Codice eseguibile, quindi non possiamo sapere cosa realmente un programma fa. E non possiamo neppure modificare il funzionamento del programma, qualora volessimo farlo. Ed infine il Codice sorgente è protetto da diritti, quindi, anche avendolo a disposizione non potremmo assolutamente cambiare neppure una virgola.

In pratica il destino di milioni di PC al mondo è affidato ad una sola Azienda: la Microsoft. Gangli vitali della vita di ogni stato moderno, dalle Banche alle Telecomunicazioni, dai Governi alle Istituzioni di ogni tipo dipendono da un Software di cui non si può conoscere in profondità il funzionamento, perchè è di proprietà di una Multinazionale. Se nei meandri di Windows fosse celato, parlo per assurdo, uno spyware di Microsoft per intercettare, ad esempio, i dati in uscita ed in entrata dal PC, in teoria non potremmo saperlo. Una situazione a dir poco delicata, no?

Agli inizi degli anni novanta qualcuno ha cominciato a chiedersi se non fosse il caso di cambiare le cose. Uno dei pionieri del cambiamento si chiama Richard Stallman, ha creato la Free Software Foundation, ed ha anche definito per primo il concetto di Software Libero. Per essere definito tale, un programma per elaboratore deve rispettare le quattro libertà:

  • Libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo (chiamata “libertà 0″)
  • Libertà di studiare il programma e modificarlo (”libertà 1″)
  • Libertà di copiare il programma in modo da aiutare il prossimo (”libertà 2″)
  • Libertà di migliorare il programma e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio (”libertà 3″)

Quanto ci sia di rivoluzionario, ma anche di etico, in un Software Libero è immediatamente comprensibile. La condivisione del sapere è alla base della crescita culturale dei popoli. Usare Software Libero, modificarlo, segnalare gli errori, scrivere la documentazione, tradurlo nella propria lingua, permette di sentirsi parte di una comunità mondiale di persone che crede, innanzi tutto, che il progresso passi per la collaborazione degli individui, e non per i forzieri delle multinazionali.

Oggi il Software Libero è un’alternativa seria e competitiva ai programmi commerciali. Innanzi tutto Linux, sistema operativo migliore di Windows, ma anche OpenOffice (alternativa a MS Office), il Browser Firefox, The Gimp, Thunderbird etc. Per non parlare dei prodotti di categoria Server come MySql, PostGres, Apache, ed, ultimamente, anche Java.

Magari, invece di tenere sul proprio Pc una copia pirata di Ms Office, perchè non provare a scaricare OpenOffice? Si lavora meglio, e ci si sente sicuramente più liberi……

Lug 17

… ch’è sì cara, come sa chi per lei nome si cambia“. un lieve ritocco ai celebri versi dell’alighieri può aiutare a capire perchè nella vita quotidiana dell’internet l’uso di pseudonimi, in gergo nickname, sia non solo corretto, ma anche auspicabile. e più in generale, l’anonimato in rete sia cosa buona e giusta. l’idea, e la pratica, non mancano di suscitare diffidenze e contrarietà, che perlopiù si esprimono con frasi tipo: “io sono abituato a parlare in faccia”, “io non mi nascondo”, “firmati con il tuo vero nome, se hai coraggio”, e amenità simili. niente di più sbagliato. non stiamo parlando di un buontempone che spedisce una lettera anonima al marito geloso per informarlo cortesemente che è un cornuto. il destinatario della missiva, non il mittente.

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